L’alchimista

Per questo esiste l’Alchimia. Affinché ogni uomo cerchi il proprio tesoro e lo scopra e poi desideri essere migliore di quanto non fosse nella vita precedente. Il piombo svolgerà il proprio ruolo fino a quando il mondo non ne avrà più bisogno. Ma poi dovrà trasformarsi in oro. È quanto fanno gli Alchimisti: dimostrano che, ogniqualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore.

Paulo Coelho, L’alchimista, 1988

Fino al XVIII secolo l’alchimia era considerata una vera e propria scienza, che fondeva insieme elementi di religione, chimica, metallurgia, misticismo, astrologia ecc. e aveva come scopo primario quello di raggiungere tre obiettivi fondamentali: trovare un metodo per tramutare i metalli vili (in particolare il piombo) in oro, creare l’elisir di lunga vita e conquistare l’onniscienza.

Gli alchimisti, dunque, erano dediti a studi e ricerche, che vertevano anche su basi fisiche e chimiche, volte a ottenere la pietra filosofale, un elemento dotato di incredibili proprietà e, soprattutto, in grado di soddisfare i tre obiettivi sopracitati.

Tra coloro che, nel corso della vita, si interessarono all’alchimia e alle pratiche alchemiche, ricordiamo: Isaac Newton, Cagliostro, il pittore Girolamo Francesco Mazzola  e i filosofi Bacone e Giordano Bruno.

Anche il proprietario di questa dimora aveva la fama di alchimista e negromante, era un giovane nobile pavese che si era laureato in Chimica all’università di Pavia.

Fu molto amico del Direttore della Scuola Civica di Pittura di Pavia, il pittore romantico Giacomo Trecourt, merita ricordare che questa scuola chiusa nel 1934, diede impulso al movimento artistico denominato “Scapigliatura Lombarda”. Federico Faruffini, in particolare e Tranquillo Cremona, allievi del Trecourt ed amici del Piccio, furono gli artefici del movimento che iniziò a Pavia ed in seguito vi aderirono molti altri pittori.

Il Palazzo è edificio è del XVIII secolo, faceva parte di una grossa proprietà.

Si narra che verso il 1920 il terreno e il Palazzo fu acquistato da un nobile di Pavia e in seguito passò al figlio e a due sue figlie.
Il podere era della superficie di circa 4.000 pertiche che furono pagate (palazzo compreso), due doppie di Savoia ogni pertica, cioè circa lire 40 la pertica milanese catastale (corrispondente a ha 0,0654 [654 mq.]). Al figlio toccarono 1200 pertiche ed il palazzo che venne da lui restaurato; costruì il giardino, la grotta, vi scavò il laghetto.
Nella struttura si riconoscono facilmente elementi architettonici settecenteschi, anche se devono aver subito delle modifiche. Di particolare interesse è la facciata a ovest, dove una parte predominante è contornata da stipi, fiancheggiata da cariatidi destinate a sostenere un trabeazione movimentata, interrotta da mensole, con lo stemma della famiglia . La porta si apre su una doppia scala, disposta in maniera scenografica, che scende sull’ampio giardino; dove si trovano due torri entrambi costruite con mattoni di cotto. La prima ha la forma cilindrica e presenta una merlatura a doppio gradino con bordatura e una rosetta inserita al centro di ciascun merlo. La seconda torre è a pianta quadrangolare che si restringe verso l’alto e al centro è inserita una torre cilindrica con scala a chiocciola. La porta d’ingresso e le finestre richiamano lo stile gotico.

Oggi il palazzo è diviso in due parti: una di proprietà comunale, l’altra invece appartiene ad una famiglia che non risiede qui. Attualmente il palazzo è in stato di trascuratezza perchè da molto tempo non si fanno lavori di restauro. Il soffitto in alcune stanze è crollato, è pericolante ma nonostante tutto questo alcuni accessi sono aperti e incustoditi.

Nonostante si siano fatti studi per il recupero e il palazzo sia in piano centro del paese non so per quanti anni ancora potrà reggere il peso del tempo purtroppo…

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