Le rotonde dei furiosi

Quei dieci anni trascorsi in manicomio hanno aperto uno squarcio in me che ho voluto raccontare perché nessuno conosce ciò che accade al di là del muro…

Alda Merini

Il manicomio di V. fu fu concepito da Cesare Lombroso, uno dei padri della criminologia, e venne inaugurato nel 1876. Una struttura struttura immensa: l’intero complesso è infatti grande 83000 metri quadri, di cui più di 12000 sono al coperto e venne costruito fuori dal centro abitato, per tenere completamente separati i “matti” dai “sani”, come si usava fare in quell’epoca, in cui queste persone erano totalmente discriminate.

I giardini del manicomio erano curati dai pazienti, che piantavano più di 5000 bulbi di tulipano ogni anno. I cosiddetti “pazzi” inoltre venivano coinvolti anche in altri lavori di manutenzione e nello svolgimento dei servizi necessari alla vita della struttura: lavanderie, cucine, ecc.

La struttura fu diretta prima da Augusto Tamburini e poi da Giuseppe Antonini, psichiatra a cui è intitolato un altro manicomio oggi abbandonato, quello di Mombello di Limbiate. Dal 1876 al 1998 furono rinchiusi dentro queste mura 17.555 persone tra uomini, donne e bambini, tutte curate con elettrochoc e lobotomie e molti di loro non ne uscirono più vivi. Nei momenti di maggiore affluenza arrivò ad “ospitare” ospitare ben 1.029 pazienti e ad avere oltre 400 dipendenti.

Sicuramente la parte che più mi ha colpito è stata quella delle “rotonde dei furiosi”, dove venivano ospitati i degenti più violenti, un’area a semicerchio su cui si aprono una serie di piccole celle, senza nessuno spigolo alle pareti, che contenevano solamente un letto di contenzione e da cui si può accedere, tramite una porta finestra, a un piccolo spazio quadrato all’aria aperta delimitato da un fossato e da mura molto alte. Proprio alcuni pezzi di quelle mura sono crollate svelando quel pezzo di mondo che nascondevano.

Quella del reparto maschile è ancora intera anche se la vegetazione intorno si ta a piano a piano impossessando di questo luogo pieno ancora fin nei muri di tanto dolore.

Anni fa si era pensato di farne una residenza assistenziale per anziani, ma purtroppo si “preferì” edificarne una di fianco al costo di 12 milioni di euro e lasciare l’ex manicomio in abbandono, a parte alcuni locali utilizzati dall’Asl di Pavia e dalla direzione del dipartimento di salute mentale dell’Azienda Ospedaliera, che ne è proprietaria.

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