Notturna a Comacchio
Notturna a Comacchio

Notturna a Comacchio

E mi piace la notte ascoltare le stelle… sono come cinquecento milioni di sonagli.
(Antoine de Saint Exupery)

La parola notte nasce dal latino nox, dal greco Nyx, e affonda le sue radici nel sanscrito nac: “il tempo in cui la luce scompare”. È bello pensare che già nelle lingue antiche la notte non fosse solo buio, ma un momento sacro, un passaggio. Anche l’espressione “passare la notte in bianco” custodisce un gesto antico: i cavalieri che vegliavano in preghiera prima dell’investitura, avvolti in una veste candida, simbolo di purezza e di rinascita.

E quante volte, anche noi, restiamo svegli mentre il mondo tace. Ci ritroviamo soli con i nostri pensieri, a domandarci dove stiamo andando, cosa stiamo diventando, quale direzione stia prendendo la nostra vita. Forse non troveremo mai tutte le risposte. Forse il cammino resterà sempre un po’ incerto. Ma il semplice fatto di porci queste domande rivela qualcosa di prezioso: siamo esseri che sentono, che cercano, che non smettono di interrogare la propria anima.

Viktor Frankl lo ricordava con una lucidità conquistata nel dolore: “La vita ci pone delle domande — noi rispondiamo con le nostre azioni.” Sopravvissuto a quattro campi di concentramento, tra cui Auschwitz, Frankl ha trasformato l’oscurità più estrema in una teoria che parla di luce: la logoterapia. Secondo lui, ogni essere umano è guidato da una volontà profonda, quella di trovare un senso. E questo senso può nascere da ciò che creiamo, da ciò che viviamo — soprattutto attraverso l’amore — e dall’atteggiamento che scegliamo di adottare quando la sofferenza diventa inevitabile.

A volte le nostre ferite sono più profonde di quanto osiamo ammettere. Eppure, proprio per questo, la notte può diventare una compagna gentile. Possiamo accoglierla con gratitudine, come un luogo sospeso in cui fermarci, respirare, ascoltare ciò che abbiamo dentro. La notte non è solo oscurità: è un invito alla riflessione, un varco silenzioso che ci permette di rinascere, anche solo un po’, ogni volta che ne attraversiamo il mistero.

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