Chicchi di Riso nella polvere

LA RISERIA ABBANDONATA

Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo

Confucio

L’esplorazione di alcuni luoghi ti porta a leggere ed informarti su realtà che a volte non conosci. Perchè, e questo mi dispiace molto, mi rendo conto di essere totalmente ignorante su certi argomenti, come l’agricoltura e le leggi del mercato che la regolano.

L’Italia è il primo produttore europeo di riso con 4 265 aziende e 100 industrie risiere, ma la filiera risicola made in Italy, che vale un miliardo di euro di fatturato annuo, è messa a rischio dalla forte crescita delle importazioni di riso a dazio zero dal Sud-Est.

La coltivazione del riso in Italia ha origini antiche. Nel Medioevo infatti questo alimento inizia ad essere effettivamente analizzato e utilizzato : in un libro del 1300 – il “Libro dei conti della spesa” dei Duchi di Savoia – viene registrata un’uscita di 13 imperiali alla libbra di “riso per dolci” e, soprattutto, in questa epoca venne iniziata la coltivazione negli orti botanici degli Ordini Monastici.

L’occasione attraverso la quale si afferma definitivamente il consumo alimentare del riso è probabilmente stata offerta dalle grosse carestie, guerre ed epidemie verificatesi durante il XII secolo. La necessità di un cereale altamente produttivo in grado di sfamare molte persone divenne indispensabile.
A fine XV sec. la coltivazione risicola ebbe ampia diffusione al nord Italia, ed esattamente in Lombardia e Piemonte, intorno a Vercelli, dove le prime risaie furono impiantate ad opera di Ludovico il Moro e di suo fratello Galeazzo Sforza, che pensarono di sfruttare le frequenti inondazioni del Po per questa coltura.
Nel Cinquecento il riso entrò nella schiera dei nuovi alimenti con i quali placare la fame contadina e fu probabilmente a causa di questa “nuova” immagine di cibo povero, che il riso non trovò particolare attenzione nei ricettari delle corti cinquecentesche.

Dopo un periodo di involuzione dettato dalle polemiche sull’igiene nel corso del XVII sec., durante il quale veniva additato come causa di diffusione della malaria, nel corso del ‘700 questo cereale tornò ad essere dinuovo apprezzato, principalmente come risposta alle gravi difficoltà alimentari popolari. 

Da lì in poi ha mantenuto una certa stabilità di produzione. Era una coltivazione che coinvolgeva uomini e donne: le donne erano le mogli dei lavoratori che prestavano servizio nella risaia in modo continuativo da febbraio a novembre, conosciute da tutti come le famose “Mondine”.

Negli ultimi anni i risicoltori italiani sono passati da 300.000 tonnellate di riso esportate nel 2004 a 600.000 nel 2008

Ma proprio nel 2008 sono iniziati i problemi.

Per agevolare i Paesi in via di sviluppo, la UE ha stipulato accordi con Paesi del Sud Est Asiatico come Laos, Myanmar, Bangladesh e Cambogia: su tutti i prodotti importati nel territorio dell’Unione da questi Paesi, i dazi sono stati azzerati.

Con il risutalto che nel 2008 sono state importate in Europa, soprattutto dalla Cambogia, 10.000 tonnellate di riso a chicco lungo, lievitate a  370.000 nel 2016, con un incremento abnorme del 3600%.

Un’offerta smisurata che ha avuto come conseguenza il crollo del prezzo del riso.

Il prezzo è sceso sotto i 330 euro a tonnellata e così non è più conveniente produrre riso. Molti agricoltori per ricavare margini di profitto hanno abbandonato simultaneamente la varietà di riso cambogiano Indica dai chicchi allungati ,con cui ottenevano dei contributi UE, per tornare ai risi nostrani.

Causando in questo modo, però, un eccesso di offerta di risi nazionali, tanto che nel 2017 molti produttori hanno lamentato di non aver registrato utili.

Per esempio il riso Arborio, che nel 2016 veniva pagato ai produttori 700 euro la tonnellata, oggi viene pagato solo 300 euro e per la qualità pregiata carnaroli è ancora peggio per i tre euro che il consumatore finale spende per acquistare il suo pacchetto di riso al supermercato, il produttore intasca solamente 28 centesimi.

Tutto questo ha portato ad una profonda crisi del settore e all’abbandono di aziende storiche, come questa…

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