La fabbrica dei colori

LA TERRIBILE STORIA DELL’IPCA DI CIRIE’

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

art.1 COSTITUZIONE ITALIANA

Il lavoro per molti è importante quanto la propria vita, ma per le persone che hanno lavorato in questo luogo è stato una vera e propria condanna a morte.

L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, si insedia a Ciriè nel 1922 e si dedica alla produzione di coloranti sintetici.  Già sin dagli anni cinquanta cominciano a manifestarsi i primi tumori vescicali.

Nel ’56 la Camera del Lavoro di Torino descriveva la fabbrica in questo modo: “L’ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne”.

Mi sono impiegato all’Ipca, come primo lavoro, nel 1951. Ero addetto alla produzione di betanaftilamina, e usavo materiali che mi hanno fatto venire, come ho saputo 15 anni dopo, il cancro alla vescica. Lavoravo in questo modo e mi risulta che anche adesso i metodi non siano cambiati: con una paletta a manico corto prelevavo il beta naftolo in polvere e caricavo così, insieme ad altri elementi, un’autoclave, si passava quindi alla cottura e poi svuotavo l’autoclave immettendo la miscela bollente in appositi filtri sistemati all’aperto vicino ai reparti. Durante tutta l’operazione la miscela bollente entrava a contatto con l’aria e sollevava una gran nube di vapore velenoso che passava in tutti i reparti, e che veniva respirato da tutti gli operai, i quali si sono ammalati tutti come me e continuano anche adesso a d ammalarsi perché nessuno della fabbrica dice loro niente”. Queste sono le parole di BENITO FRANZA, l’operaio dell’ipca che insieme ad Albino Stella avviò una causa contro l’azienda. Nel 1968 i due amici si licenziarono. Per qualche anno girarono tutti i cimiteri della zona, annotando i nomi dei compagni morti. Ne trovarono 134, e decisero che erano abbastanza.

Dovevano denunciare tutto questo: anche loro erano dei “pissabrut“, dei “pisciarosso”, come venivano chiamati i condannati dell’Ipca. La loro inchiesta fu alla base dell’apertura di un processo, che riguardò 37 casi di morte avvenuta e 27 di grave malattia in corso.  Tutti gli altri omicidi oramai erano andati in prescrizione, o amnistiati.

Venne accolta per la prima volta (e fece precedente) la costituzione del sindacato come parte civile in una causa per omicidi bianchi, e solo poche famiglie accettarono il risarcimento offerto dai Ghisotti per chiudere il contenzioso. La maggior parte resto’ dentro il processo. Spesero molto, i Ghisotti, negli onorari dei principi del foro, nelle perizie di illustri scienziati, ma non bastò ad evitare le condanne per omicidio e lesioni colpose (con pene fino ai sei anni in primo grado, lievemente attenuate in appello) di quattro dirigenti e del medico di fabbrica. Un altro precedente giuridico, perché per le morti per malattia professionale non era mai successo.

Benito Franza, purtroppo, non riuscì a sentire la sentenza.

Soffermatevi un attimo a leggere le testimonianze di questi operai:

Gli operai usano tute di lana (che si procurano in proprio perché il padrone non fornisce niente) in quanto la lana è l’unico tessuto che assorbe gli acidi senza bruciarsi… anche i piedi li avvolgevamo in stracci di lana, e portavamo tutti zoccoli di legno, altrimenti con le scarpe normali ci ustionavamo i piedi. I topi che entravano morivano con le zampe in cancrena. I topi non portano zoccoli“.

I colori e gli acidi che si sprigionano corrodono tutto, anche le putrelle del soffitto sono tutte corrose; figuriamoci i nostri polmoni, il nostro fegato, le nostre vie urinarie“.

In tutta la fabbrica ci sono solo alcuni aspiratori collocati sopra i tini dove viene fatto cuocere il materiale, ma non aspirano tutto. Evitano soltanto che si muoia subito e ci permettono di morire con un po’ più di calma. Una volta un aspiratore si è fermato e le 15 persone che erano nel reparto sono cadute in terra intossicate, e abbiamo dovuto salvarle portandole fuori“.

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