La Pettinatura Italiana

Il lavoro allontana da noi tre grandi mali:

la noia, il vizio e il bisogno.

Voltaire
la prima fotografia della fabbrica agli inizi del 900

Questo piccolo paesino nel biellese è stato, fino all’ultima parte del diciannovesimo secolo, un centro essenzialmente rurale Fino a quando per la vicinanza di Biella e per alcune caratteristiche del territorio favorevoli, un corso d’acqua ideale per la costruzione degli opifici, nel 1882 viene avviato uno stabilimento per il lavaggio e la pulizia conto terzi della lana grezza. Sarà il primo nucleo produttivo di quella che diverrà negli anni la “Pettinatura Italiana”. Un socio di Agostinetti, Carlo Trossi , commerciante di lane e figlio di un alto dignitario della corte Sabauda,dal 1885 proseguirà da solo nella gestione dell’azienda, ed avrà grande parte nell’evoluzione successiva.

Dopo la tosatura, la lana grezza non può essere immediatamente filata: contiene sporcizia, residui vegetali, e sostanze grasse (la “lanolina”), e viene pertanto chiamata “lana sucida”. Per renderla idonea alla filatura, deve essere sottoposta ad una serie di lavorazioni: una volta sballata, subisce alcune fasi di lavaggio con acqua e saponi, poi viene cardata (passata cioè attraverso rulli dotati di “dentini” metallici, che assottigliano la massa di fibre eliminando buona parte delle “lappole” – le materie vegetali presenti nel sucido – e provvedono ad una prima parallelizzazione); infine, viene “stirata”, per migliorare la parallelizzazione delle fibre. A questo punto del processo, può essere presente una ulteriore fase di “pettinatura”, consistente nel passaggio delle fibre in macchine a funzionamento lineare o rotativo; il risultato è un nastro dal quale vengono eliminate le fibre “corte”, e quelle più lunghe rimanenti vengono ulteriormente parallelizzate ed ordinate.

Per realizzare uno stabilimento per la pettinatura della lana conto terzi, servivano però notevoli capitali per importare il semilavorato da Inghilterra, Germania e Francia. Grazie alle sue conoscenze Trossi, riuscì a coinvolgere alcuni investitori inglesi, guidati da Sir James Hill, industriale laniero di Bradford (Leeds): in occasione di una sua visita presso lo stabilimento viglianese, Hill rimase colpito dall’esigua quantità di saponi che le acque locali richiedevano per la fase di lavaggio delle lane, e si decise ad investire nel progetto.La società viene fondata a Londra il 10 aprile 1905 come Società Anonima Pettinatura Italiana Limited da Carlo Trossi e soci inglesi, con sede legale a Bradford e stabilimento a Vigliano per la pettinatura conto terzi delle lane. 

Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, la Pettinatura impiega già 420 operai e la produzione può contare su di un numero molto aumentato di macchine (60 carde, 68 pettinatrici rettilinee, 10 pettinatrici Noble). Lo scoppio della guerra comporta un notevole aumento dei ritmi produttivi, sia per le necessità di vestiario delle commesse militari, che per l’impossibilità delle filature di approvvigionare da fornitori esteri il semilavorato pettinato. Molte donne entrano nelle fabbriche a rimpiazzo degli uomini, richiamati al fronte; succede anche alla “Pettina”, dove alcune mansioni per tradizione prettamente maschili – come ad esempio quella del “regleur”, il meccanico che si occupa della messa a punto delle macchine – vengono ora affidate a personale femminile. Solo due anni dopo la “Pettina” si vede riconoscere lo status di “stabilimento ausiliario mobilitato”; questo consentiva, per la parte di personale giudicata indispensabile alla produzione, l’esonero temporaneo dal fronte. Gli esonerati erano tenuti ad indossare un distintivo con una coccarda metallica tricolore chiamato sarcasticamente “la stelletta dell’imboscato”. Nel 1915 le maestranze hanno raggiunto le 550 unità, per salire a 680 l’anno successivo; si lavora su quattro turni giornalieri, sette giorni su sette. 

Nel 1916 agli inglesi subentrò la famiglia Rivetti (Lanificio Rivetti) e la società trasferì la sua sede in Italia. Iniziarono le prime migliorie per gli operai: dalla pavimentazione dei piazzali esterni, alla realizzazione di una biblioteca/sala lettura per i dipendenti, e di due mense (una per gli operai, l’altra per impiegati). Per evitare difformità cromatiche della lana grigioverde “mista di stato”  venne scelta la Pettinatura Italiana per la realizzazione di quasi tutto il fabbisogno delle divise militari dell’esercito italiano che nonostante l’aumento enorme di richiesta riuscì a soddisfare tutte le richieste.

Nei pressi della Pettinatura vennero costruiti ben due villaggi per i lavoratori e le loro famiglie: il “villaggio Trossi” costituito da 39 abitazioni plurifamiliari e il “villaggio Rivetti” con 21 abitazioni con tanto di teatro (Teatro Erios), chiesa, lavatoio e macello. Viene anche istituita negli anni 20 una cooperativa di consumo, presso la quale i dipendenti possono rifornirsi di generi alimentari a prezzi calmierati. Nel 1925 viene realizzato un convitto, gestito da suore e capace di 300 posti, con la finalità di ospitare (e “tutelare”) le giovani lavoratrici “single” provenienti da altre aree d’Italia; negli stessi locali troverà posto un asilo infantile ed il primo biennio elementare, a servizio delle famiglie che abitano i villaggi . Avevo preso forma anche qui quello che storicamente venne chiamato PATERNALISMO INDUSTRIALE, cioè oltre migliorare le condizioni di vita della manodopera (e quindi, di riflesso, assicurare maggiore produttività), si cercava soprattutto di organizzare nel dettaglio l’intera vita dei dipendenti (“dalla culla alla tomba”), sia nel tempo lavorativo che nel tempo familiare e ricreativo, con una sorta di controllo sociale che ne prevenisse le devianze (ad esempio l’alcolismo) ed annacquasse i conflitti di classe.

Le immagini d’epoca che ho trovato online e pubblicato qui arrivano da “L’Illustrazione Italiana” del 21 Maggio 1939: il giornale conteneva un lungo reportage su una visita del Duce in Piemonte in cui si possono osservare numerose fotografie degli stabilimenti della Pettinatura e dei villaggi operai “Trossi” e “Rivetti” e consentono di figurarsi l’aspetto del sito prima della seconda guerra mondiale

Durante la guerra si stabilirono qui per difendersi dai bombardamenti una parte delle lavorazione della Piaggio – che realizzava parti meccaniche e motori d’aereo – proprio a Biella, durante la guerra, vedrà la luce il prototipo “Piaggio Paperino”, considerato da molti il progenitore della Vespa. Il Biellese non subirà bombardamenti significativi, tuttavia – proprio per via della presenza di linee di produzione della Piaggio – la “Pettina” sarà oggetto di alcune azioni di sabotaggio da parte di partigiani. Il periodo d’oro dell’azienda durò fino alla metà circa degli anni ’60, quando la fabbrica contava ancora circa 1200 dipendenti; dai primi anni ’70 con la crisi del comparto tessile che colpisce duramente tutto il Biellese, le attività dello stabilimento si riducono progressivamente, con diversi passaggi societari. Al termine degli anni ’80 vengono ceduti al Comune gli immobili del teatro e del circolo Erios, non più sostenibili.

Il 9 gennaio del 2001 alle 17.50 nel reparto cardatura dell’impianto di Vigliano si verifica un grave incidente sul lavoro che porta alla morte di tre operai con conseguenze permanenti su altri sei. È la più grave tragedia sul lavoro mai avvenuta in una fabbrica tessile biellese. E’ l’inizio della vera e propria fine dell’azienza che si ritrova con il triste appellattivo di “Thyssenkrupp biellese”

L’azienda, che ancora conta 370 dipendenti, cercherà di risollevarsi senza riuscirsi anche a causa dell’immissione sul mercato dei prodotti cinesi ed esteri a prezzi bassissimi. Nel 2008 Pettinatura Italiana S.p.A. viene messa in liquidazione e lo stabilimento viene affittato alla società Pettinatura Italiana Vigliano 1905 S.r.l. che impiega 72 dei 190 dipendenti ex-Pettinatura Italiana. Il 30 marzo 2012 viene dichiarata fallita e affidata ad un liquidatore.

L’archivio storico della “Pettina” è stato donato dal curatore fallimentare al Comune di Vigliano, che ne ha commissionato l’analisi e la realizzazione di un libro allo storico Prof. Franco Macchieraldo dal titolo ““La Pettina, la storia, le genti” da cui arrivano buona parte delle informazioni che ho scritto in questo articolo.

VI LASCIO ALLE FOTOGRAFIE DI QUELLO CHE RIMANE ORA DELLA PETTINATURA ITALIANA

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