La villa delle aragoste

Non, rien de rien

Non, je ne regrette rien

C’est payé, balayé, oublié

Je me fous du passé

edith piaf

Elena lasciò scendere le magre braccia sino a posare in grembo il giornale che stava leggendo. Amava sedere su quel divano con la finestra alle spalle e i due grandi mobili ricolmi di libri ai due lati: la facevano sentire al centro dell’attenzione pur essendo ormai divenuta l’ultima occupante di quella grande casa ormai vuota. Già…la casa…tutto il suo universo.

Scese nella grande cucina di cui ormai occupava soltanto più un angolo e mise a scaldare la vecchia napoletana in alluminio. Il caffè, unitamente a un altro piacere che non conservava in quella stanza, erano rimasti gli ultimi due strappi ad un’insieme di regole, dettate dai medici, che l’avevano pian piano chiusa in un cantone, rispetto alle abitudini mangerecce e festaiole della gioventù. Si appoggiò su quella grande tavola, a cui da piccola sedeva per intingere le grandi grisse di pane nel latte, mentre le due cuoche lavoravano alacri per preparare i pasti per le tante persone che vivevano lì.

Rivide il verduriere che giungeva il mattino presto e le liti con Maria, la più anziana delle cuoche, che tirava sul prezzo o criticava la qualità delle verdure. Lei sempre intenta a sollevare gli ortaggi in cima alla cassetta, per vedere che l’uomo non avesse celato al di sotto quelli un po’ troppo maturi o danneggiati. Lui a lamentarsi delle fatiche e a porgerle una cassetta di verdura bella mentre nascondeva gli ortaggi brutti sotto quelli perfetti, approfittando della sua distrazione.

La facevano ridere ma non poteva certo farlo palesemente. In quella casa, la rigida educazione militare aveva sempre impedito di ridere di chiunque; a maggior ragione della servitù e se si era bambini. Il papà, colonnello e reduce trascorreva il proprio tempo nello lo studio, dove amava immergersi nelle sue vecchie carte e nei libri di storia militare. La mamma, di estrazione nobiliare, dipingeva nature morte e fiori ovunque.

Conservava  singolarmente nella credenza delle aragoste che erano state al centro di una sua opera divenuta famosa.

Sembrava si sentisse vincolata dallo spazio della tela e si esercitava su tutti gli oggetti, riempiendo quella casa austera di fiori e colori. Il Papà subiva questa vitalità e spesso faceva finta di opporvisi. Anche lui come tutti amava tuttavia quell’allegria un po’ naìve che lo coinvolgeva emotivamente e lo contagiava: come una primavera che non aveva mai fine.

Elena salì lentamente verso lo studio della madre, guardando dal di fuori le stanze degli ospiti che si affacciavano sul grande giardino. Sembrava impossibile che quello che era stato un universo ebbro di felicità, canzoni, giochi e aveva visto passare così tante persone, oggi fosse solo silenzio e polvere, la dimora della sua anziana ultima custode.

Lo studio della madre sarebbe divenuto poi il suo. Si diresse subito verso la bassa credenza per concedersi il secondo piacere del pomeriggio: un cioccolatino. Quanto li amava…Elena era stata un’ottima pittrice, anche se aveva scelto l’arte moderna e i suoi punti di riferimento erano stati Picasso, Schiele, Macke, Kandinsky. La mamma non approvava i soggetti ma si adattò alle aspirazioni della figlia perché non aveva rinunciato al colore e questo la rassicurava.

Il padre, ormai perso tra i suoi frutteti, le vigne e le sue carte, osservava tutto con distacco e non curanza, stigmatizzando solo qualche soggetto troppo audace o un accostamento di colori che riteneva inadeguato. Era un uomo del suo tempo e pian piano iniziò a disinteressarsi di ciò che accadeva in casa. Viveva soltanto più per la campagna e condivideva la propria esistenza con i mezzadri, il giardiniere e la gente delle colline. Era un leader nato e in casa non avrebbe trovato quelle masse disposte a seguire i suoi consigli, ad accettare i ragionamenti, a eseguire gli ordini.

Elena partì a 21 anni per un grande giro in Europa. Frequentò le migliori accademie di Parigi e Berlino e trascorse anche un breve periodo negli Stati Uniti. I galleristi torinesi si appassionarono alle sue opere e anche a quella bella giovane dagli occhi azzurri che non si fece mancare nulla in avventure e affetti. A casa tutto procedeva per il meglio e le rendite dei nonni e dei bisnonni, unitamente alle pensioni del padre, consentivano ai genitori di vivere serenamente e agiatamente. Pareva che non dovesse finire mai quel tempo che ora rivedeva attraverso il filtro pallido della sua memoria.  Quando le sue opere ebbero una quotazione di rilievo si risolse a tornare alla casa paterna. Non aveva un uomo al suo fianco. In quegli anni era piuttosto comune che le donne scegliessero il nubilato e si dedicassero ai genitori. Lei non aveva scelto nulla: gli uomini, i tanti uomini che erano entrati nel suo cuore, ne erano semplicemente usciti in modo altrettanto leggero, portati via dal vortice di quella sua gioventù che sembrava non finire mai. La villa e il grande parco e le colline che la circondavano divennero il suo universo, il castello in cui viveva da principessa; riverita e coccolata da tutti e soprattutto libera e unica padrona della propria esistenza.

Un dì improvvisamente il vento cambiò. I genitori erano molto anziani e il padre per primo se ne andò. Si spense serenamente e con un ultimo sorriso radioso. Dopo alcuni anni in cui lei e la mamma si concessero ancora piccole cene al ristorante e un paio di viaggi e vacanze in montagna, la mamma lo seguì come natura voleva che fosse.

Tutto il suo mondo prese a spegnersi pian piano con loro. Nonostante provasse a dare feste, a ricevere persone, a ospitare artisti da ogni dove, la vita e il sopraggiungere della vecchiaia, presero a rodere come un torrente astioso le fondamenta della sua vita, strappandole pian piano affetti e interessi. La sua pittura era finita. Dipingeva visi stilizzati sempre più angosciati e cupi che riflettevano la sua angoscia incipiente dal muro su cui li aveva allineati.

Ora Elena posò il pennello che aveva ripreso in mano per assecondare un guizzo colorato che in qualche modo le aveva attraversato la mente; per poi scomparire nell’ombra. Anche la sua memoria si stava affievolendo. Restavano i ricordi.

Scese al piano di sotto, accese il grande lampadario a saliscendi, chiuse gli occhi e sentì gli uccellini che fuori cantavano sul melo. Lontano il rumore della città. Le venne in mente una canzone della Piaff che aveva conosciuto di persona: ” Rien. Je ne regrette rién”.

IL TESTO E’ STATO LIBERAMENTE INVENTATO DALLO SCRITTORE EMANUELE BELLA, NESSUN FATTO O PERSONA CITATA CORRISPONDE A REALTA’ .

QUESTA CASA SPERO RIMMARRA’ NASCOSTA IN QUALCHE PARTE DEL MONDO NEL FITTO BOSCO CHE LA PROTEGGE

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