Poteva sentire il suo cuore tremare e battere di felicità.
Finalmente il cuore non serviva soltanto per sopravvivere in quelle giornate tutte uguali.
(Margaret Mazzantini)

IL MARCHESE DELLA LOCANDIERA
C’era una volta Mirandolina, una giovane e molto astuta locandiera che gestiva con grande maestria e abilità la sua piccola locanda nel cuore della città. Amata e desiderata da numerosi uomini di alto rango, tra cui il conte d’Albafiorita, il marchese di Forlimpopoli e il cavaliere di Ripafratta, Mirandolina sapeva sempre come mantenere saldamente il controllo della situazione e delle loro attenzioni. Quando il cavaliere, fiero, orgoglioso e deciso, giurò di non farsi mai conquistare da una donna, Mirandolina, con grande determinazione, decise di lanciargli una sfida. Con la sua intelligenza brillante e il fascino irresistibile, riuscì abilmente a farlo innamorare perdutamente, ma alla fine, con freddezza e lucidità, gli ricordò che tutto era stato solo un gioco, dimostrando così la sua forza, la sua indipendenza e la sua superiorità. La storia di Mirandolina è un racconto avvincente di astuzia, amore, potere e emancipazione al femminile.
La leggenda vuole che dietro la figura del “marchese di Forlimpopoli”, il più improbabile tra i pretendenti di Mirandolina ne “La locandiera” di Carlo Goldoni, si celi quella del marchese Cosimo Merlini, conosciuto forse proprio nella sua villa all’ingresso di Forlimpopoli, poco prima della stesura de “La locandiera”.












Questa villa rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura tardobarocca in Romagna ed è stata realizzata tra il 1735 e il 1767 su progetto del francescano fra’ Ferdinando da Bologna.
Il palazzo, a pianta rettangolare, è ingentilito esternamente dall’ampio portale sormontato da un balcone in ferro battuto del tipo ‘a canestra’; all’interno, organizzato su uno schema d’impianto ‘a croce’ con stilemi tipici del tardobarocco di matrice bolognese. Degna di nota è la decorazione dell’ampia volta del salone con raffigurazione de “L’allegoria delle stagioni”. Alle pareti dello stesso ambiente sono collocati i due blasoni della famiglia del marchese. Il soffitto della sala da pranzo – che un tempo fungeva da piccola galleria con ritratti dei nobili che hanno abitato la villa – riprende il tema mitologico di un “piccolo Olimpo”.




Un’altra villa appartenuta alla nobiltà e ora abbandonata:
