Villa Tre Cime

La montagna mi ha insegnato a non barare,

a essere onesto con me stesso e con quello che facevo.

Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura,

a volte anche crudele,

però sincera come non accade sempre nel quotidiano.

(Walter Bonatti)

Questa villa abbandonata ha ricevuto questo nome da chi l’ha scoperta per un poster appeso nella camera da letto padronale delle famose Tre cime di Lavaredo.

Un luogo che a vederlo sembra un luogo di pace e silenzio, ma che in realtà non è sempre stato così. Dal medioevo le Dolomiti formano fondamentalmente il confine tra l’Austria e l’Italia. Una linea che durante la Prima Guerra Mondiale, precisamente durante la guerra tra il 1915 e il 1918 si è trasformata in un fronte di guerra molto combattuto quando l’Italia è entrata in guerra con le forze dell’Intesa.

Dopo che l’Italia il 23 maggio 1915 ha dichiarato la guerra all’Austria, il territorio attorno alle Tre Cime si è trasformato infatti in un crudele scenario di guerra. La linea del fronte tra il Monte Paterno-Forcella Lavaredo-Tre Cime-Forcella Col di Mezzo corrispondeva al vecchio confine di stato e fino al 1918 è stato un fronte di montagna molto combattuto tra i Kaiserjäger austriaci e gli alpini italiani. 

Una delle imprese leggendariecompiute tra quelle vette fu quella di portare un grande fare fino alla grande cima per illuminare le postazioni nemiche.

Il Comando Italiano di settore era preoccupato delle perdite dovute alle imboscate del nemico e così decise tra il giugno e il luglio 1915 di trovare la posizione migliore per piazzare un grande faro per illuminare la zona più ampia del fronte austriaco.
Il 29 giugno, a Cà San Marco, il Gen. Fabbri ebbe un incontro con alcuni ufficiali del Genio a cui sottopose il problema e che invitò a prendere contatto con il Ten. Medico Antonio Berti, esperto alpinista nel settore delle Tre Cime.
Due giorni dopo, individuata la posizione migliore nella terrazza sommitale della Cima Grande, a 2999 Mt., un giovane ufficiale della Sez. Fotoelettrica ed alcuni graduati degli Alpini salirono per rendersi conto delle difficoltà dell’impresa. Fu scelta la via normale di salita per la parete sud.
Il riflettore aveva un diametro di 90 cm., contenuto in una cassa di legno di cm 150x150x120: la sola dinamo in ghisa pesava 350kg. Per il sollevamento furono approntati argani nei canaloni, costruiti ponteggi con travi e tronchi di abete ancorati direttamente alla roccia.
Le cenge si trasformarono in temporanei magazzini per tutto il materiale necessario; per tre settimane squadre miste di Alpini e Genieri si diedero il cambio nell’issare tutto sino in cima.
Contemporaneamente venne stesa una linea elettrica lunga quasi 500 metri, dalla terrazza inferiore della Cima Grande di Lavaredo alla caverna del riflettore, inoltre il sistema approntato per il sollevamento, permise di issare a due terzi della parete anche un cannone da montagna con 3000 colpi in dotazione.
A fine luglio sia il faro che il cannone furono in grado di operare: il loro contributo risultò decisivo per l’attacco che gli Italiani sferrarono dal 14 al 17 luglio 1915 contro il centro dello schieramento austriaco, per la conquista dei Piani di Rienza e la Torre di Toblin.

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