Tanneries – LE CONCERIE DI MARRAKESH
Tanneries – LE CONCERIE DI MARRAKESH

Tanneries – LE CONCERIE DI MARRAKESH

Ogni persona ha un suo proprio colore, una tonalità la cui luce trapela appena appena lungo i contorni del corpo. Una specie di alone. Come nelle figure viste in controluce. (Haruki Murakami)

C’era una volta, oltre mille anni fa, una città di polvere, sole e pietra rosata che stava crescendo nel cuore del Marocco: Marrakesh. Fondata dalla dinastia degli Almoravidi, la città aveva bisogno di un’anima economica e di un modo per trasformare la natura selvaggia in bellezza e utilità.

La leggenda e la storia si fondono lungo le rive del fiume Tensift, che sfiora la città. Si racconta che i saggi fondatori cercassero un modo per lavorare le pelli degli animali — capre, pecore, cammelli e mucche — che arrivavano dalle carovane provenienti dal Sahara. Le pelli erano grezze, rigide, maleodoranti e inutilizzabili per le sontuose selle dei guerrieri, le scarpe dei mercanti o i libri dei sapienti.

Fu allora che un gruppo di conciatori nomadi, giunti dal deserto, indicò una zona strategica appena fuori dalle mura della Medina, nel quartiere che oggi conosciamo come Bab Debbagh. “L’acqua è vita,” dissero, “ma qui la pietra e il sole completeranno l’opera.” Nacquero così le concerie, un labirinto all’aperto di vasche di pietra disposte come un alveare gigante. Senza macchine, senza elettricità, solo con la forza delle braccia e i segreti tramandati di padre in figlio.

I conciatori inventarono un metodo che sfida i secoli. Per prima cosa, le pelli venivano immerse in vasche piene di una miscela micidiale e maleodorante: acqua, calce viva, sale e… guano di piccione. Proprio l’ammoniaca contenuta negli escrementi degli uccelli serviva a ammorbidire la dura corazza della pelle e a liberarla dai peli superflui. Gli uomini, immersi fino alle ginocchia in questo liquido acre, pestavano le pelli giorno dopo giorno, sotto il sole cocente.

Una volta rese malleabili, le pelli dovevano essere tinte. E qui la magia di Marrakesh si mescolava alla terra. Non c’erano coloranti chimici. Nelle vasche vicine, i colori prendevano vita dalla natura: il rosso vibrante nasceva dal papavero e dalla radice diRobbia; il giallo dorato dallo zafferano e dalla scorza di melograno; il marrone dalle cortecce d’albero; il blu dall’indaco.

Si racconta che il profumo intenso e acre che ancora oggi avvolge le concerie fosse, anticamente, il “profumo del lavoro e della ricchezza”. Per attutire la puzza pungente dell’ammoniaca, i conciatori tenevano sempre tra i denti un rametto di menta fresca, una tradizione che i visitatori di oggi possono ancora osservare.

Da quelle vasche puzzolenti e colorate uscivano pelli morbide come seta e resistenti come il ferro. I conciatori le stendevano ad asciugare sui tetti e sulle mura della città, facendole brillare sotto il sole africano come mosaici multicolori. Da lì, le pelli passavano nelle mani dei maestri artigiani della Medina, che le trasformavano nelle celebri babbucce marocchine, nelle borse decorate, nei pouf di cuoio e nelle rilegature dei libri più preziosi del regno.

Oggi, camminare nelle concerie di Marrakesh significa fare un salto nel tempo. È una storia che si ripete identica da mille anni, scritta con il sudore degli uomini, i colori della terra e l’incessante scorrere del tempo, custodita gelosamente nel cuore pulsante del Marocco.

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